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Specialized translation e il Premio Studio Tre: il percorso di Anna Vignali

Anna Vignali Premio Studio Tre

Dal liceo classico alla specialized translation: il percorso di Anna Vignali è quello di chi ha sempre voluto fare qualcosa di più con le parole: non solo studiarle ma usarle, interpretarle e dargli vita nuova. Anna è la seconda delle vincitrici del Premio Studio Tre per neo-laureati, il riconoscimento che ogni anno assegniamo, in collaborazione con il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell’Università di Bologna – Campus di Forlì, a chi si è distinto per la qualità del percorso, l’originalità della tesi e capacità di unire rigore, innovazione e visione.

In questa intervista Anna ci parla di linguaggi tecnici, di un viaggio culturale in Cina che ha cambiato il suo modo di tradurre, di clarinetto e hip hop e di come ogni parola porti con sé un mondo intero, tutto da scoprire e capire.

Raccontaci il tuo percorso verso la laurea magistrale in Specialized Translation

Dopo essermi diplomata al liceo classico, ho deciso di approfondire lo studio delle lingue, in particolare inglese e cinese. Mi sono iscritta alla triennale di Mediazione Linguistica Interculturale al Campus di Forlì dell’Università di Bologna e ho proseguito con la magistrale in Specialized Translation, sempre al Campus di Forlì.

Perché hai scelto questo percorso di studi? Motivazione lavorativa, personale o entrambe?

Entrambe. Sono sempre stata appassionata di lingue, di come funzionano e come evolvono nel corso del tempo e ho scelto il liceo classico proprio per investigare quest’ultimo aspetto attraverso lo studio del greco e del latino. Al momento di scegliere il mio percorso universitario ho capito, però, che non volevo solo studiare le lingue da un punto di vista teorico ma anche pratico, applicandole a contesti d’uso reali. Per questo motivo ho deciso di iscrivermi a Mediazione linguistica interculturale per dedicarmi alla traduzione e all’interpretazione dialogica, piuttosto che a corsi in cui si privilegia lo studio della letteratura e della filologia, per quanto li trovassi molto interessanti. Volevo avere l’opportunità di usare io stessa le parole per non fermarmi a leggere quelle già scritte da altri ma provando a interpretarle dar loro nuovi significati. A questa motivazione personale, si aggiunge quella lavorativa: lo studio dei linguaggi settoriali e delle tecnologie per la traduzione mi avrebbe fornito svariate competenze da poter applicare in ambito lavorativo.

Qual è stato l’argomento della tua tesi magistrale?

Ho svolto la tesi nell’ambito del progetto Language Toolkit, organizzato dal Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì e dalla Camera di Commercio della Romagna. Gli studenti partecipanti all’iniziativa offrono servizi linguistici alle aziende locali sotto forma di tirocinio: lo scopo è promuovere l’internazionalizzazione delle PMI del territorio tramite l’utilizzo delle lingue straniere. Io mi sono occupata della traduzione dall’italiano all’inglese di materiali per l’azienda Fama Industrie S.r.l. di Rimini, operante nel settore della produzione di attrezzature per la ristorazione. I testi su cui ho lavorato riguardavano principalmente i tritacarne prodotti dall’azienda, che venivano descritti utilizzando termini tecnici inseriti in un linguaggio promozionale.

Nella tesi ho descritto come ho svolto le traduzioni e quali sono state le problematiche riscontrate nella resa dei termini tecnici. In particolare, ho condotto una prima analisi dei termini più utilizzati nel dominio dei tritacarne in inglese e in italiano evidenziando una notevole variazione sinonimica, di cui ho tenuto traccia all’interno di un termbase creato appositamente.

Qual è il ruolo della traduzione nella società contemporanea e come pensi che evolva con l’intelligenza artificiale?

Come sappiamo, la traduzione è un’operazione complessa che consiste non solo nel passaggio da un codice linguistico a un altro ma anche da una cultura a un’altra e da un contesto a un altro e, in questo passaggio, devono essere tenute in conto le intenzioni del mittente. La traduzione, come atto di mediazione linguistica e culturale, ha una natura relazionale: fra testo di partenza e testo di arrivo e, soprattutto, fra persone, mittenti e destinatari che comunicano fra loro senza condividere la stessa lingua. La traduzione permette di creare uno scambio che, altrimenti, non sarebbe possibile.

Negli ultimi anni, il mondo della traduzione ha conosciuto una notevole evoluzione — pensiamo alla localizzazione dei siti web e dei videogiochi, all’avvento della traduzione assistita e di quella automatica — ma la sua natura relazionale rimane la stessa. Penso che le innovazioni tecnologiche come l’IA possano essere uno strumento utile e potente, se usato correttamente, ma sarà sempre necessario il contributo di una persona per creare quelle relazioni umane, vere e significative che stanno alla base del processo traduttivo.

Hai avuto esperienze significative con culture diverse che hanno influenzato il tuo approccio alla traduzione?

Sono stata più volte in Cina per motivi di studio. Per quanto in Cina si prediliga l’armonia sociale, preferendo l’utilizzo di frasi vaghe a un “no” vero e proprio nel rifiuto di un invito, la lingua cinese può essere comunque utilizzata in modo “schietto”. Invece di utilizzare formule come “avrei bisogno di…”, “chiedo scusa se…”, spesso basta avanzare la propria richiesta così com’è, senza fronzoli: ecco che al ristorante, al posto di chiedere “Avete un tavolo per due?”, è sufficiente annunciarsi con un semplice liǎng wèi, “due (persone)”. Questa abitudine linguistica mi ha insegnato che, a volte, utilizziamo troppe parole rispetto a quelle realmente necessarie: in certi casi, ne bastano poche ma dritte al punto. Quando traduco cerco sempre di chiedermi quali parole sono davvero necessarie e quali invece risultano pleonastiche.

Quali sono, oltre alle lingue, le tue passioni?

Ho sempre amato la musica e per diversi anni ho studiato clarinetto. Recentemente ho anche iniziato un corso di danza hip hop. Credo che i miei interessi, seppur diversi all’apparenza, abbiano qualcosa in comune: ascoltare quello che qualcun altro ha da dire (che sia un brano musicale o un testo) e reinterpretarlo con una voce nuova.

In che modo il Premio Studio Tre ti aiuterà a realizzare i tuoi progetti?

Molto probabilmente utilizzerò il Premio Studio Tre per sostenere l’esame di certificazione della lingua cinese HSK. Questa opportunità mi aprirebbe più possibilità a livello lavorativo, oltre a rappresentare un importante traguardo personale.

Cosa ti emoziona di più nel lavorare con le parole?

Il fatto che ogni parola abbia un mondo dentro di sé fatto di storia, di incontri con altre lingue, di altre parole a cui essa si accompagna. Le parole non sono solo quello che significano ma anche tutte le emozioni che noi gli attribuiamo. Tradurre per me vuol dire viaggiare tra tutti i significati che una parola può assumere e tra tutti i sentimenti che può evocare.

Hai mai fatto una gaffe linguistica divertente o un errore che ti ha insegnato qualcosa?

La prima volta che sono stata chiamata dalla professoressa a svolgere un’interpretazione dialogica tra l’italiano e l’inglese ho fatto un errore in preda all’ansia. Ero talmente nervosa che nella mia testa si era creato un vuoto totale e dicevo le prime cose che mi passavano per la mente, anche sapendo che non erano corrette. Così ho reso “Di cosa avete bisogno?” con un letterale e secco “What do you need?” quando il contesto richiedeva un più gentile “How can I help you?”. Questa è stata la mia prima esperienza diretta dei casi in cui è necessario tradurre non parola per parola, ma senso per senso.

Ogni parola, un mondo

Anna ci ricorda che la specialized translation è più di una competenza tecnica: è la capacità di abitare più lingue contemporaneamente, di capire quando è meglio utilizzare una parola in meno, di portare il senso, non solo il testo, da una cultura all’altra.

Grazie, Anna, per averci regalato questa finestra sul tuo percorso. Non vediamo l’ora di seguire i tuoi prossimi passi!

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